Nome: Gio Gio... e di certo non sono il mio cognome. Non domandarci la formula che il mondo possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo
Pubblicità per noi (ovvero: i caroselli di una volta non esistono più)
Bottoni senza asole
Si ritrovarono scaguratamente dirottati da queste parti
*loading* fancazzisti,
online
stanno trovando una lenta morte in questo momento (chiedo venia per l'alto contenuto di puttanate...ma ve lo siete scelto voi! Non siete obbligati a stare qui! Scappate finchè siete in tempo! Emigrate verso lidi migliori! Un asino che vola!)
Disclaimer (non si sa mai)
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001 P.S. Piuttosto comprate la settimana enigmistica. O se preferite, l'ippica rimane pur sempre una cosa divertente.
Il template e la relativa immagine sono di mia proprietà e sono coperti da copyright: chi li tocca ha una scarica di diarrea mortale.
E' Sabato mattina.
Hai visto l'alba.
La processione del Venerdì si è conclusa, l'Addolorata ha finalmente trovato il figlio nella chiesa della Lama (e non posso fare a meno di pensare che, nell'era dei telefonini, le cose si sarebbero svolte in maniera molto ma molto diversa).
Il nojano reduce dalla nottata, a mattinata già iniziata, si pone una missione: cercare un letto quanto più vicino possibile.
Non appena parte la ricerca, cresce la consapevolezza che l'obiettivo che si è posto è il più lontano possibile. Appare così, da un quasar o dal buco nero più disponibile, il parente più lontano di tua madre, o in alternativa l'amico scassacoglioni, che ti trattengono con le scuse più impensabili: così, un anno ti ritrovi a fare colazione con gente che non conosci (Pasqua '05: e pensare che mio padre non si è mai concesso a pratiche di questo genere!) fino alle 12 di mattina, e l'anno dopo ti illudi di aver trovato la pace dei sensi, ma dopo 15 minuti sei di nuovo in viaggio (Pasqua '06: appena visitato per la prima volta il paese dalle persiane verdi, ci ritorno dopo pochi minuti con mio fratello, per poi passare da tutti i paesi limitrofi fino all'ora di pranzo).
L'ultimo sforzo non richiesto ed imprevisto: le pecorelle ti prendono per il culo, e il cd delle colonne sonore di Super Mario Bros assume sempre più le sembianze di una ninna nanna.
Torni a casa, e intravedi qualcosa vagamente assomigliante ad un piatto pieno di un cibo che non riesci a distinguere: se non sei svenuto sul pianerottolo, inizi ad arrancare aggrappandoti alle pareti che portano alla tua camera, e vedi lui: il tuo adorato letto, con l'angolino del lenzuolo rovesciato, quasi ad invitarti.
E' lì che attende di abbracciarti, non aspetta che te.
E tu, senza neanche levarti le scarpe (che, per la cronaca, puzzano di succhi gastrici dopo aver mangiato cozze e nutella...come ogni maratoneta che si rispetti), ti riaggomitoli nelle coperte, e buonanotte ai suonatori.
Il mondo va avanti senza di te, che ti perdi in dimensioni parallele: chissenefrega se fuori c'è l'ultima processione (quella dei misteri), se la banda fa casino (e ringrazio il cielo di abitare quasi in campagna), se tuo nipote urla come un assatanato (tanto, male che vada, domattina lo sciogli nell'acido) e tua madre gareggia con lui.
Non ti sveglierebbe neanche il carrarmato di piazza Tienanmen (o un rutto di Fantozzi in dolby surround).
E ti svegli che è già domenica mattina, le campane suonano in festa, i bambini vanno a messa con i genitori e aspettano di aprire le uova di Pasqua.
Unica nota sbiadita, oltre l'agnello che chiede disperatamente l'estrema unzione prima che venga sgozzato con tecnica da kamikaze irakeno, sei tu, che alle 10 di mattina non hai ancora capito chi sei, che ci fai lì e che cippa vuole la vita da te.
E come l'indigeno suol dire in casi come questo: meh, da mò vale!
E' venerdì mattina: ci si sveglia mediamente stanchi se il giovedì è stato impegnato in modi già conosciuti, altrimenti ci si sveglia freschi e si va a fare la macchietta in chiesa (ma i sepolcri mattutini, c'è da ammetterlo, perdono gran parte della bellezza).
E' falso dire che il Venerdì Santo, a Noicattaro, si mangia poco.
Il Venerdì Santo, a Noicattaro, si digiuna.
Non si accende la tv.
Non si accende la radio.
Non si gioca a carte.
Non ci si diverte. Chi ride di venerdì (Santo) piange per tre dì.
E il pomeriggio è obbligatorio dormire dalle 3 alle 5 ore (7 per me). Alle 20 si esce. Stesso setting del giorno prima, ma l'aria è più mistica del solito.
Gli eletti del venerdì santo (ovvero: i crociferi che hanno sborsato più soldi per godersi l'interminabile fatica della nottata), corrono concitati verso il punto di partenza, con l'intento di accalappiarsi le croci più leggere (della serie: fedeli ma non idioti), senza che nessuno li veda.
I crociferi, stavolta tutti insieme, escono dalla chiesa della Lama: oggi è la loro festa, e il fatto che accompagnino La naca (letteralmente la culla, ossia l'ultimo giaciglio del cristo morto) è di relativa importanza.
Il profano è tangibile, soprattutto in figure secondarie della processione: le confraternite delle chiese minori, ma soprattutto un'orda di donne e bambine, le figlie di Maria (e qui il pensiero, inevitabilmente, va al Raffaele di Vieni avanti cretino: I'm sorry).
Gli scout invece sono inopportuni quanto una loffa durante una dichiarazione d'ammmmmore.
La processione verso la Chiesa Madre si snoda attraverso la strada principale del paese, lungo la quale la fiumana umana si assiepa per godersi lo spettacolo il più vicino possibile, spostandosi di qualche metro ogni minuto.
Questo è l'unico momento in cui il nojano, prendendo continue capocciate da supporti in legno (in questo caso, le croci dei crociferi), non si incazza.
Nella gerarchia delle figure principali, subito dopo i crociferi e i portatori della Naca (incappucciati per anonimato, ma i parenti li riconoscono sempre), troneggia al terzo posto la colonna storica della processione più importante della storia nojana, ancor più importante di don Oronzo: Giovanni dei monaci.
Giovanni dei monaci, in poche parole (e giuro che non sto scherzando), è lui:
Immaginatelo vestito da un saio bianco, con una stola e un cappotto nero, e il gioco è fatto.
Giovanni dei monaci è famoso, oltre che per avere un'età indefinibile (ma studi scientifici fanno risalire la sua nascita al Pleistocene) anche per il suo timbro vocale da usignolo: il Sono stati i miei peccati, cantato da lui, ha valenza mistica; alcuni raccontano di aver visto i Santi Medici dietro di lui, e non erano statue.
L'interminabile durata della processione pone le basi per la vera attività della notte. Il Venerdì santo, infatti, non è altro che la festa dei bar.
Pressappoco all'altezza della Carime, lungo Corso Roma, la gente inizia a tediarsi, optando così per i bar vicini (il che spiega come mai gran parte dei bar, da noi, nascano accanto alle chiese).
Solo alle 23 passate, dopo poco più di un kilometro, arriveranno le prime croci a destinazione, ponendosi in cerchio lungo il perimetro del sagrato della Chiesa Madre.
[La sottoscritta, a riguardo, manifesta 'ngalosa nei confronti di chi non si è mai goduto lo spettacolo dell'arrivo dei crociferi dall'alto, come ha sempre fatto lei; e per l'occasione: grazie zia Carmelina!].
Arrivati qui, il doppio della gente che c'era per le strade si riversa agli angoli, a mantenere le croci (sempre se non si opta per l'usanza di prenderle in testa): in particolare, i padroni di casa si distinguono dai "frastijr" per la divertente pratica del riconoscere il crocifero parente dall'altezza e soprattutto dai piedi: pratica facilissima per la mia famiglia, poichè uno degli zii di mia madre, che porta la Naca, è noto per avere le cosiddette cipolle (giusto per rimanere in tema di venerdì santo).
Il corteo finalmente è arrivato, e a chiuderlo la Naca col suo passo ubriaco. I crociferi si avvicinano a baciare la statua (intanto la croce è mantenuta dal malcapitato di turno, reo di essersi trovato troppo vicino al legno sacro). La musica è finita, gli amici se ne vanno...temporaneamente.
Le croci, portate da alcuni addetti, spariscono nelle stradine retrostanti le due chiese, e la Naca entra nella Chiesa Madre, contornata da un bagno di folla; Cristo è morto, ma data la presenza massiccia dei fans, ci si aspetta che da un momento all'altro scenda dalla croce, indossi un impermeabile di pelle nera e degli occhiali da sole, ed inizi a firmare autografi.
In fondo, Jim Caviezel è un gran figo, e a noi della religione ce ne sbatte ben poco.
Da qui in poi, si inizia a percepire la più grande verità: è il profano che fa il sacro.
In pochi rimangono raccolti (???) in preghiera accanto al feretro: la maggior parte si organizza in maniera differente, a seconda della fascia d'età:
Si va a dormire, in attesa della processione dell'Addolorata;
Si aspetta nelle case del centro storico, rivangando avvenimenti storici di almeno 10 lustri fa, accompagnandosi con damigiane di caffè e pezzi di calzone di cipolla; i più radicati alla tradizione si raccolgono per i vicoli, davanti ai falò, mangiando i ceci [Piccola postilla: avete presente quei pazzi che si accampano accanto ai Cappuccini coi falò della legna made in Stramurt?? Andate pure a chiedere un po' di cibo a nome mio, Sono parenti miei];
Si bivacca a casa di qualcuno, a suon di alcool, crepes dolci, mousse al cioccolato, e compagnia bella...come a dire: è venerdì santo ed è la mortificazione del corpo e dello spirito (e questo è il caso della nuvolapazza e del mondo che gli gira attorno), ma chissene.
Alle due, l'intero paese rimane al buio, illuminato solo dal calore delle fiaccole.
La gente, assonnata, con l'alito pestilenziale o con l'alcool nelle vene, si riversa nelle strade, aspettando che l'Addolorata esca dalla chiesa madre (per i frastijr: il fatto che sia la stessa chiesa in cui era conservata la Naca non consta di logica: la Naca infatti, verrà trasportata di nascosto nell'ultima chiesa!), alla disperata ricerca del figlio morto.
Inizia, in questo modo, la famigerata Nottata.
Nel buio, il contatto umano si esaspera fino alla follia: le stesse figure di prima nel corteo, ma è il contorno che fa la differenza. Thanathos lungo la strada, ed Eros ai bordi (ma c'è).
Gente che si ritrova nei bar prendendosi pause dal lentissimo cammino della processione, intenta ad imbottirsi di cibo per affrontare la lunga notte di cammino.
Tutti attenti a seguire il percorso di una madre affranta dal dolore, come tante altre possono esserci nei dintorni.
Il peso di una croce. La fisicità del dolore, i chiodi da nove inches nei palmi e i piedi nudi sull'asfalto.
(la felicità nella schiavitù??)
Gente che si tocca e che si mette a nudo.
La magia del paradosso e il paradosso della magia.
E' questa la notte più lunga dell'anno.
(E l'alba è ancora molto, molto lontana).
Il giorno delle inaugurazioni è arrivato.
Intere famiglie lo hanno aspettato, e puntualmente ci si è preparati al jet lag e alle maratone.
Il Giovedì Santo è la giornata di preparazione al tour de force del giorno successivo.
Si pranza leggero, per evitare di essere stanchi nella serata; quasi, ci si concentra per quello che si vedrà, tentando di placare gli animi dei più piccoli, i quali vengono subito dopo mandati a riposare.
Alle 20 il paese si riversa per strada, ansioso di aspettare il botto che ogni mezz'ora scandirà un'uscita: la prima croce varca l'uscio della chiesa della Lama, volge lo sguardo al maestoso falò all'entrata, e finalmente si può iniziare il giro per le chiese.
Le vie sono pronte all'evento: l'atmosfera che nasce dalle fiaccole appese ai muri ma soprattutto dai lumini rossi sui balconi dei devoti rapirebbe anche Marilyn Manson.
E' veramente a kind of magic (e solo chi ha ascoltato quella canzone al contrario può capire).
E per un attimo, ti convinci di essere nel Medioevo.
[Poi passa la S8 dell'immobiliare di turno a ricordarti che sei nel 2007].
Comincia il vero e proprio fenomeno di costume: la religiosità passa in secondo piano, il vero liet motiv della notte è l'incontro.
Il rodaggio della situazione pasquale si palesa in altri obiettivi: durante il giro per chiese, si incontra questo mondo e porzione dell'altro; gente che non vedi da una vita, gente che credevi morta, gente che credevi in carcere o in qualche centro di riabilitazione. Mezza Puglia si ritrova fuori dalle chiese nojane, tanto che la preghiera la dimentichi totalmente.
La prassi diventa la seguente:
entri stando attento a non inciampare;
ti guardi attorno per una prima ronda;
vai incontro alla statua;
apprezzi o critichi i fiori (ma solo se sei femmina, o eventualmente gay);
abbozzi mentalmente un Padre nostro, ma dal catechismo sono passati troppi anni, quindi inizi a pensare a come si è vestita quella cretina di XY se sei donna, o a come abbia potuto l'Inter arrivare allo scudetto se sei uomo; se sei Ale invece, inizi a pensare allo spot della Vigorsol, scoppiando in una fragorosa risata che attirerà l'attenzione degli astanti, impegnati anche loro nel pensare alle vacche svizzere della Milka.
In tutto ciò, la durata della notte la si evince dalle scarpe indossate: si passa dallo struscio coi tacchi che durerà massimo fino a mezzanotte, al maratoneta che protrarrà il suo percorso quasi fino all'alba.
E i crociferi, almeno per oggi, sono quasi invisibili; scorazzano per il paese con passo lento e a piedi scalzi, flagellandosi con le loro catene e attendendo l'arrivo dell'alba insieme alle fiaccole, che piano piano iniziano a spegnersi, stanche anche loro del freddo della notte.
In pochi li cagano, eppure ci sono, motivati da una forte devozione, riprendendo la tradizione volta al sacrificio che uno spagnolo, secoli fa, ha portato nel loro paese.
Non so, a distanza di anni, quanto la visione del nojano sia faziosa riguardo determinati aspetti, ma bisogna ammettere che la Settimana Santa Nojana è l'ottava meraviglia del mondo.
Credo sia l'unico vero momento di aggregazione, persino precedente al ritiro della pensione dalla Posta.
Anche prima dell'amore per il calcio, c'è l'amore per i riti (sacri o profani non lo si è ancora capito, è tutta una fluttuazione) pasquali.
L'anima oscura di un paese emerge dai vicoli: la stessa anima che si abbarbica alla religione con i propri mezzi, quelli pagani (in fondo, siamo uomini, e in quanto tali imperfetti, grazie a Dio).
E come l'ermeneutica insegna, ognuno dà all'evento l'interpretazione che gli pare: l'importante è esserci, qualsiasi siano le motivazioni che spingono a parteciparvisi.
Il nojano si prepara all'evento impegnandosi a rispettare la regola del venerdì: digiuno e astinenza (e penitenza).
Non sempre ci si riesce, ma riconoscere la volontà è doveroso.
Inspiegabilmente, dall'inizio della settimana, anche la famiglia più all'avanguardia riscopre le proprie radici da borgo antico: la nonna viene tirata fuori dall'armadio e inizia a sfornare in serie i calzoni di cipolla.
Altrettanto inspiegabilmente, chi odia la cipolla per tutto l'anno, la adora solo per questa settimana: inebrianti bagni di profumo invadono le strade a qualsiasi latitudine, e ti si riempie il cuore nel sceglierne le varianti; persino le discussioni di politica interna vengono soppresse per lasciare spazio ai veri dubbi amletici: nel calzone meglio le alici o il tonno?
Per i più attaccati alla tradizione, le nonne prepareranno le famose ed ineccepibili scarcelle, dolci non meglio definiti a forma di animali (o di cestino, che poi è il forte di mia nonna) contenenti un uovo sodo e ricoperte di glassa (che si chiama glassa in tutto il mondo, ma che da noi si chiama solo ed esclusivamente scileppo).
Analogamente a quello che accade per il calzone, per le scarcelle parte la gara a chi ne fa di più: inutile dire che il primato è tenuto decenni orsono da mia nonna, che vanta una produzione di 50 l'anno.
[Le prenotazioni valgono anche via commenti, ndN].
E poi, le immancabili quanto inutili uova sode, che attirano l'attenzione dei piccoli (e tra questi rientro io) per la magia dell'alga che lo colora di rosso e per la puzza che emanano.
E pensare che fino a qualche anno fa ero convinta che esistesse una gallina indiana (pellerossa cioè) che le covasse.
Le cibarie sono pronte, e con lo spirito della Pasqua nel cuore, il nojano si prepara per il tour de force che lo aspetta. [To be continued...]
La parte migliore di una festa, a prescindere dalla sua riuscita, è consumare gli avanzi il giorno dopo.
Esistono cibi del senno di poi, che consumati i giorni successivi sono, come direbbero gli U2, Even better than the real thing.
Credo che chiunque concordi nell'affermare che, per esempio, la lasagna domenicale mangiata il lunedì è la pace dei sensi.
Un po' come una lap dance da parte di Catherin Zeta-Jones per un maschio.
Per la par condicio, come un dopocena con Riccardo Scamarcio.
Per un nojano invece, come una cassa di Dreghèr ghiacciata con la Noicattaro che gioca.
Si consideri un bene il fatto che la giornata di ieri è stata particolare, non solo a livello alimentare.
Sveglia alle 6, la prima dell'anno, con borse sotto gli occhi così perfette che Louis Vuitton in confronto è un marocchino.
Controlli il cellulare e leggi un sms che capisci poco (lo capirai solo alla terza rilettura), e ti ricordi l'idiota che ti ha mandato, a mezzanotte (alla ricerca del sonno coatto) ti ha mandato la bellezza di nove sms uguali con su scritto "auguuuuuuuuuuuuuuuuuuriiiiiiiiiiiiiii".
Occhiata al pc, per poi impegnarsi nell'assumere verosimili sembianze umane (nei limiti del possibile).
Esco di casa che il mondo ancora dorme. Non appena il portone si chiude alle mie spalle, si spengono gli orrendi lampioni arancioni (il gusto dell'orrido a quanto pare non manca ai vertici), e soprattutto inizia a piovere.
Giornata compromessa: come direbbe qualcuno di molto vetusto, Grattatio pallorum non superstitio sed precautio est.
A trovarle, alle sei di mattina, un paio di palle da grattare...
Ovviamente, la levataccia era solo il dolce preludio di una giornata che non avrebbe avuto risvolti migliori: lezioni interminabili, Cristicchi a giurisprudenza (e io costretta a seguire il responsabile dell'aeroporto di Palese, mio docente, il quale emette un suono ogni 15 minuti e la cui R moscissima avrebbe urtato anche un sordo), rientro anticipato causa sciopero Fse e guasto del treno, con conseguente ritardo di 45 minuti sulla tabella di marcia.
Unico aspetto positivo del soggiorno mattutino universitario, l'accoglienza in pompa magna (meh scià, togli due euro) e soprattutto le sculture (inaspettatissimo pensiero) di palloncini di un utente del forum.
Cogliona a valanghe da parte dei passanti, e richiesta di vendita da parte di due anziane comprese.
Alle 17, mia madre si ricorda che la più piccola delle sue bestie oggi compie gli anni.
Arriva Fuffy con una busta decisamente più grande di lui, e dopo essersi ripreso il coniglietto di Winniechepuzz pieno di ovetti che lui stesso mi ha regalato, pretende di indossare il mio cappello di hello kitty: buon sangue non mente.
Sonno, decisamente sonno, ovviamente proibito.
Serata decisamente migliore, solo salvati e nessun sommerso. Va da sè pensare che qualcuno lo si è lasciato alle spalle, volenti o nolenti.
Sono veramente diventata più stronza e bastarda di quello che sono?
Lasciarsi scivolare addosso i vari tentativi esterni di abbarbicarsi al passato, mi fa presumere di si.
[E per la gioia di tutti, il preludio alla gara di rutti]
Mai e poi mai (e ribadisco mai) avrei imaginato che un semplice post sulla baresità avrebbe fatto il giro del web, via mail o copiato su blog e forum.
E' semplice dedurre due piccole postille: 1.Il barese è perverso e si autocelebra (e va benissimo così); 2. Il barese è un copione e non cita mai la fonte.
Per sillogismi e deduzioni, il punto 2 spiega la massiccia azione di copiaggio di informazioni su corridoio virtuale (e quando passi ore intere a copiare i calendari delle sedute di laurea, se qualcuno non ti ringrazia ti girano le balle).
Anche mio nipote è perverso.
E' talmente tanto perverso che alla mia richiesta di mostrarmi il segno della croce, ha iniziato a battere ritmicamente le mani e ad invocare nostra signora del pomeriggio: Ma-rì-a Ma-rì-a Ma-rì-a...
Chi nega tutto fino a prova contraria, sapendo che la prova contraria esiste, non è perverso: è idiota. Se poi vuole arrogarsi diritti inesistenti conscio di andare incontro alla ghigliottina (o alle mazze chiodate), è anche suicida.
Perverso è chi stamattina, come me e Gra, è andato in gann'ammàre a respirare lo iodio, a sentirsi in sintonia con la Natura, e perchè no a prendersi la broncopolmonite.
La perversione sta nell'aver scelto Cala Colombo: una famigliola nelle alghe esiccate, e noi a pochi metri dalla famosa lapide del malcapitato morto tra gli scogli (in compenso, mare stupor mundi).
Un po' perversa lo sono anche io, specie quando mi cimento nelle wishlist.
1. Da quando ho visto Marco Berry a Danger usarle, voglio il lock pick set per imparare ad aprire le serrature.
Soprattutto, dopo aver capito che con i ferrettini non si apre manco la Simmenthal, mi è caduto il mondo addosso.
2. La prima (da 8, uguale a quella dei sims) per la casa dove abiteremo io e il mio futuro marito :) ; la seconda solo per me.
3. Voglio lei, e Bondi come giardiniere.
4. Lui, su un letto a baldacchino della villa di San Martino (vedi sopra).
Gli u2 tenevano un concerto gratis.
A Noicattaro.
Di fronte alla mia vecchia casa.
(E io abitavo ancora lì).
Avevano allestito il palco proprio di fronte a casa mia, con una gradinata sul marciapiede di fronte, tanto da coprire il negozio di biciclette di Lillino.
E noi fortunati dirimpettai, ci disponevamo lungo il marciapiede con le nostre inseparabili sedie (prassi quotidiana delle giornate soleggiate di decenni fa).
Bono, molto dimagrito (pensavo fosse Larry coi capelli tinti) e con un taglio corto, dominava il palco mentre cantava I still haven't found what I'm looking for, e io sfoggiavo orgogliosa la mia cultura in fatto di testi degli U2.
Ad un certo punto, Bono scendeva dal palco per fare una passeggiata sul nostro marciapiede...e quando riesco a scorgerlo, noto che il mio cugino più rompiballe se lo portava a braccetto.
Ed io, nella foga del momento (anche se tutti tranne me erano composti) non riuscivo neanche a fargli una foto.
Lui procedeva nel suo passeggio, sino ad arrivare alla chiesa dei Cappuccini: cerco di rincorrerlo, ma un'orda infinita di ragazzine scalpitanti faceva da barriera, ed io mi ritrovavo con una fotocamera che non era la mia, ma apparteneva ad una conoscenza rutiglianese che usa uscire la sera usando l'intimo come bustino.
Mi addentravo in una ludoteca per cercarla, ma mi ritrovavo tra soggetti femminili con molto poco cervello.
Ci rinunciavo: al massimo gli avrei detto qualcosa in inglese (e la mia mente viaggiava per trovare qualcosa di sensato e corretto da dire).
Uscivo ma il concerto era finito. Li aspettavamo tutti dietro il palazzetto (!!!), che in realtà era la zona retrostante al Warner di Casamassima.
La gente era troppa e io non avrei mai incontrato gli U2.
Un lampo di genio mi porta ad optare per i camerini, ed infilatami arrivavo al loro: solo una porta ci divideva.
Neanche il tempo di gioire, che l'infinità di gente mi raggiunge: disperata, cerco di dissuaderli uno ad uno dicendo loro che non c'erano, e per convincerli scappo anche io.
Mi ritrovo fuori in compagnia di un tizio: eravamo al McDonald's di Bari e lui era il figlio del signor Ronald (ma non era un pagliaccio: era semplicemente biondo).
Dopo aver consumato una spremuta d'arancia come colazione, cercavamo di tornare al palzzetto (che all'occasione era la Basilica di San Nicola), e per strada incontravamo Nick ed un vecchio, il quale ci rimproverava per l'ora tarda (era mezzanotte e andavamo ancora in giro).
Scoprivamo che era tutto chiuso, e pure la bolgia era andata via.
Tornavo a casa, dove mia madre mi accoglieva con un dubbio amletico:
Ma quello lì che ha cantato...che ha cantato Gloria...era Umberto Tozzi???
Molte poche rispetto a quello che sta diventando sempre più, causa uno dei fratelli della Cascina, il tormentone del momento; quel laconico Famm 'na pomp, rigorosamente recitato come solo un tobachino potrebbe fare, che racchiude in sè un intero mondo.
Famm 'na pomp è la risposta a tutti i grattacapi che una persona può vedersi piombare addosso.
Anche quando qualcuno ti sfotte perchè il tuo labbro da qualche giorno ha assunto le sembianze di una braciola di cavallo come quelle che si fanno a casa Zizì (quelle col filo, s'intende) e subirai per otto interminabili giorni il fastidiosissimo contatto col nylon nero, Famm 'na pomp è la risposta giusta per la persona giusta. Il momento invece è sempre giusto.
Quando subisci un attacco di dissenteria figurativa e dal cielo piove merda proteiforme (ingiustificata, checchè se ne dica...ma se qualcuno è convinto del contrario, mi va bene uguale!), cosa c'è meglio di un Famm 'na pomp?
Diventa un mantra, inizi ad usarlo per fare yoga nonostante sia un concetto a te estraneo, o in alternativa per bere un po' di succo di frutta (che battuta da quart'ordine...faccio proprio schifo!).
Secondo i più informati, anche De Niro, nella famosa scena di Taxi driver, concludeva il suo ultimo "Dici a me?" con un pieno, rotondo e sonoro Famm 'na pomp.
E se non dovesse funzionare, si ricorre alla ditta Modiano e si pesca dal mazzo la famosa e quanto mai efficace Donna di spade.
Preparo le Onitsuka gialle.
E se proprio lei non è disponibile, il buon Teletubbies vi punirà tutti (oppure, se siete particolarmente credenti, cercatevi un suo sostituto).
[Chiedo scusa a chi si aspettava che riprendessi coi Teletubbies dopo il suppostone depressivo, e soprattutto ci tengo a precisare: nonostante le apparenze, niente politica].
Troppe coincidenze per non parlarne.
La giornata è iniziata con un proverbio barese:
Aqquan u cul d-ven p-sand, pur la p-ttan d-ven 'na sand
Ovvero: raggiunto un determinato range anagrafico, anche l'individuo più spregiudicato che esista sulla faccia della Terra raggiunge un adeguato stato di beatificazione, che permette lui di essere venerato a qualsiasi stadio dell'interazione parasociale (e non) di un gruppo sociale con capacità cognitive sufficientemente sviluppate.
Al che, automaticamente (queste sì chesono libere associazioni), mi è galleggiato (termine non casuale) alla mente un cognome: Craxi. Ho archiviato la faccenda per riesumare il libro di Storia della psicologia, penultimo esame del semestre, quando mi sono imbattuta nell'ultimo acquisto della Feltrinelli: Ho perso la verginità durante una puntata di Ok il prezzo è giusto. Opera prima di Trentamarlboro, e ci si augura l'ultima: a parte il titolo geniale, il nulla...di gran lunga meglio il marchese De Sade o Holden con le sue seghe.
Ho pensato che devo sopperire all'incauta lettura acquistando qualcosa di decente al più presto.
Al che, automaticamente, mi è sobbalzato alla mente un cognome: Travaglio.
Sabato sera l'ho sentito presentare da Fazio il suo ultimo libro, La scomparsa dei fatti.
E ho ripensato a Craxi, e al detto barese.
Sono rimasta colpita, tra una mano di fard e un colpo di mascara, dal fatto che quel libro avrei potuto scriverlo io (e la voce nella mia testa grida: meh, scià, togli due euro!!).
Inizio, al solito, a cercare recensioni.
Mi colpisce il sottotitolo: Si prega di abolire le notizie per non disturbare le opinioni.
Molteplici spunti portano a condividere la tesi: non ammettere che Nietzsche in fondo c'ha visto bene secoli fa, che le argomentazioni sovrastano le narrazioni (in qualsiasi contesto) anche quando non c'è una base oggettiva, che in Italia i giornalisti sono cane da compagnia o da riporto (e qui Bruno Vespa sarebbe l'ottimo baluardo della categoria), sarebbe come far passare una meretrice per una santa (e il cerchio si chiude).
Montanelli, in questo, si fa sentire. E meno male: Beppe Grillo è diventato troppo pop per essere considerato di spessore.
Personalmente mi auguro che l'obiettività del suo maestro si evinca anche dalle pagine del libro, che al più presto andrò a comprare.
Perchè una cosa è certa: il giornalismo italiano non ha ancora fatto pace con la famiglia Zanichelli.
Avete presente questo? Beh, abbiamo le prove provate.
Però, questa rimane la mia scena preferita (anche se il film è diverso).
[Cercasi volontario/a per massaggio sbloccante alla nuca...e inizio a convincermi che oggi sia la festa della strega e non della donna!]
Questi giorni, come mai prima d'ora, ho il cervello in pappa.
O per meglio dire: i pensieri vanno a tremila (un po' come dire Lacapagira, ma in questo caso niente droga).
Sto constatando quanto sia difficile dover fare le cose ma non poterle fare.
[E qui, la Fallaci, avrebbe snocciolato un pieno mi spiego...ma io non sono la Fallaci e mai lo sarò].
In questi giorni Fuffy allieta le giornate dei bimbi dell'ospedaletto di Bari, ai quali fotte i palloni e presta i suoi colori.
Dovrei dare gli ultimi esami per il tirocinio, ma non ci sto con la testa (che fa le prove libere per il motogp insieme a Valentino Rossi).
Dovrei essere accanto a lui quando lo torturano, tenergli la mano e accarezzargli la testa, ma le mie gambe hanno deciso di non poter reggere alla vista.
Devo essere ferma e decisa, infondere sicurezza e confermare che tutto andrà bene: e questo, per esperienza consolidata, mi riesce tanto bene da attirare la ricerca di conferme di un'intera famiglia (e non solo quella).
E la nuvolapazza, come ogni zia che si rispetti, si sveglia presto e lo va a trovare, per rimanere quasi tutto il giorno con lui, che alterna momenti di massimo divertimento a momenti di massimo dolore.
E pensare che non ha neanche due anni, e già prova cose turche (anche se credo che a Vincenzo farebbe piacere accogliere per tre volte a giorno una sonda rettale nel suo intestino).
E pensare che ci sono bambini che stanno decisamente peggio di lui. Roberto, il suo compagno di stanza, è un bambino di nove anni un po' balbuziente e abbastanza scassaballe, alla ricerca di un amichetto e di qualcuno che giochi con lui (per questo mi ha eletta sua amica di dama...e io a dama sono una schiappa).
Roberto è di Crispiano, e per appendicite a Crispiano si può morire, considerando che nè a Martina Franca nè a Taranto ci sono dei chirurghi pediatri.
Non si sa di chi sia la colpa, se di Fitto che ha dato il via o di Vendola che ha mandato a scatafascio quel barlume di sanità che compariva sul podio italiano, ma almeno in tutto questo c'è un pregio: hanno permesso a Roberto di potersi vantare di aver rischiato di morire e di esser vivo per miracolo.
Poi c'è Pietro, che ruba il computer a Fuffy, ma solo quando non beve il suo latte: a 10 mesi sta provando la fantastica esperienza di esser operato per una cisti sul petto.
Poi c'è Gabriel, l'amico fidato di Fuffy, e tantissimi altri ancora; famiglie unite nella difficoltà che diventano, all'occasione, un'unica famiglia.
Che c'entra tutto questo??
Sono del parere che tutto abbia un senso, un significato.
Da questa settimana non di certo facile, mentre mi abbioccavo a contemplare l'interminabile coda delle macchine che si forma alle 17 su via Amendola (oggi c'era pure l'incidente compreso nel pacchetto), ho capito che la difficoltà ce l'abbiamo all'angolo, ma che ci piace pensare che i bambini sfortunati stiano solo in Africa.
Ho capito che per gli altri, chiunque essi siano, non si fa mai abbastanza.
Non è abbastanza neanche percorrere cinque (e sottolineo cinque: dall'ateneo al Giovanni XXIII, passando per la Disney per il pigiama) kilometri a piedi, con lo zaino pieno di libri e con i bustoni della Disney e del McDonald's come zavorra.
Ho capito, soprattutto, che quel cazzetto stronzo che mi sveglia la mattina mettendomi le dita nel naso, che mi nasconde le scarpe e mi mette casino sempre ed ovunque, mi manca da matti.
E pensare che quando nacque lo tenevo altamente sui coglioni che non ho.
Lo vinciamo anche stavolta 'sto MotoGp, te lo assicura la zia.
[Ma soprattutto: ho capito che devo iniziare a diminuire la velocità, perchè la prossima volta la nonna potrebbe non ricordarmi che la macchina l'ho dimenticata in stazione!!].
Le giornate sono segnate dal mattino, da quando l'alluce del tuo piede destro tocca la gelida ceramica del pavimento.
Credo siano connotazioni: il mal di pancia delle 7.30, con sole 4 ore di sonno; le solite voci mattutine della nonna che riferisce a sua figlia, tua madre, a che ora sei rientrata; il bambino che si sveglia e si immerge nel circolo vizioso delle puntate di Pippi Calzelunghe, e inizi, con fiochi barlumi di coscienza (quella è ancora a dormire), a sperare che non attacchi con le puntate del serale di Amici: Federico Angelucci è insopportabile anche alle 21 di domenica sera.
Nonostante gli elementi infausti, il sole viene a bussare alla tapparella, e allora la giornata potrebbe anche peggiorare, ma rimarrebbe piacevole ugualmente.
Dovrei crogiolarmi per il blocco dello studente che arriva a 3 giorni dall'esame, quando la voglia di studiare va in vacanza.
E invece, De polo e gli aspetti qualitativi della psicologia dell'organizzazione può aspettare.
C'è una macchina da aspirapolverare, volendo anche più di una.
Sono connotazioni, e c'è poco da fare; apprezzeresti di tutto, anche il secondo posto di Al Bano a Sanremo.
Specie quando, in fin dei conti, non c'è molto di cui lamentarsi.
Avere una nipote che ti pettina i capelli (che io non pettino) sradicandoteli dal cuoio capelluto e che si finge parucchiera, chiedendoti 100 euro per il servizio prestato; vederla ridere perchè tu piangi per i capelli incastrati nel suo trapano giocattolo, che all'occasione si trasforma in phon, è qualcosa di impagabile.
Donarsi, seppur con semplici gesti come l'accompagnarla a casa, la zia più meravigliosa che esista nella via Lattea, quella per cui daresti la vita come segno di riconoscenza di un'infanzia strafelice (e quanto rimpiango i Fruttolo, i Dan'up e i croissant Bauli al cioccolato coi quali mi viziava), è nulla in confronto a quello che ti ha insegnato: affrontare la vita a testa alta, anche quando il mondo cospira contro la tua felicità.
Ripagare col sorriso, anche quando la settimana che stai per affrontare non sarà delle più belle.
Essenzialmente non ho fatto un cazzo, ma oggi mi sento come lui.
[E ora, se permettete, vado a correre: De Polo, un accorato mavaccagàre].
Non c’è inverno senza Sanremo, e non c’è Sanremo senza post.
Dopo martedì inizio a credere agli effetti divinatori di Sanremo: inizia il Festival e arriva l’inverno.
Stando a questo, Wanna Marchi della vita non ha capito un cazzo.
Il Festival. Non c’è santo che tenga (Remo escluso): il vero Festival è quello di Pippebbaude (e quella del giovedì è la serata migliore in assoluto). Calamita l’attenzione sull’evento, e tutti si sentono italiani. Scenografia spettacolare, scivolo ambiguo, e l’ospitata dei bambini rap fa pensare a risvolti pedopornografici. Mi aspetto il coup de theathre, come in ogni amministrazione Baudesca. Dopo lo scempio dell’anno scorso, sarebbe stato migliore anche il tendone del circo Zavatta: 8-
Pippo Baudo: animale da palcoscenico, domina la scena dando dimostrazione della sua preistorica esperienza; animale e basta quando regala a Nelly Furtado la corona mortuaria di funeralesca memoria: in questo caso, Baudo Pippa. Istrionico, ma Bongiorno è più umano: 8
Michelle Stunziker: porta sul palco dell’Ariston le reminiscenze del fresco Tic Tac, ed ogni singolo astante si aspetta lo stacchetto musicale quando le fanno indossare l’abito bianco. Spiegatele che la gag col Meneguzzo fa molto “vi ricordate quando ero a Zelig?”. Un dubbio: la frangetta ce l’ha o no? E le 500 rose rosse gliele avrà mandate Ranieri?? I’m a Barbie girl: 8+
I big
Al Bano: nun se ne po’ più. Il fatto che gli sia riuscita bene La mia vita (de gustibus) non implica l’ammorbarci l’anima con canzoni sulla falsa riga di quella. Mio padre è ancora convinto che la canzone sia rivolta a Romina e la figlia (sostiene di averlo letto al Polivalente, su qualche giornale).Appartengono al Pleistocene i bei tempi di Felicità, di cui la sottoscritta subiva il plagio mentale durante le soleggiate domeniche da bambina, nella sua stanzetta, con la radio della mamma accesa, e imitava la divina Romina Power nelle movenze di spalla. Musica da Puccini, parole di Zero, o meglio: parole 0. Duetto coi bianchi per caso moltiplicatisi, c’era pure il capellone dalle doppie punte (o era Marilyn Manson??). La solita solfa: 4.5
Leda Battisti: reminiscenze di Un fiume in piena. Canzone orecchiabile, lei truccata da Regan dell’Esorcista, giovedì esibisce un abito bianco: sono i ritagli dell’abito della Stunziker. Kledi tenta di copulare sul palco, ma Vessicchio lo blocca. Posseduta: 7-
Marcella e Gianni Bella: il fatto che quello del 2007 sia il Festival della Famiglia non giustifica la demolizione di un mito quale Montagne verdi. Del resto, non ho ancora capito se quelle che sfoggia sono tette o tonsille: per non smentire il liet motiv, invita le pseudo Supremes: sostengo fermamente che siano prodotte dallo stesso produttore delle Pseudo patatine, o dei Choco Pinucch. Insulsi: aridatece i conigli dal muso nero…5
Fabio Concato: oltre a quello alle famiglie, questo Festival ha un altro tema centrale. Il tutto si snoda all’urlo di un “riabilitiamo gli anziani”. Concato lo prende in parola e scrive una canzone sugli anziani. Riesce a far rimpiangere stroncature come Rosalina (canzoni più beote di questa solo Tiziano Ferro e Meneguzzo sono riuscite a farle). Eccellente Zarrillo (dopo il concerto nojano lo amo ancora di più), De Piscopo del tutto assente: sembrava Dodi Battaglia dei Pooh senza Duracell. Ne potevamo fare a meno: 5
Simone Cristicchi: vincitore assicurato, mi gioco 100 euro e la credenza. Canzone eccellente, testo impeccabile, teatralità spiccata, fa dimenticare la Studentessa universitaria triste e solitaria (una persona sfigata come quella poteva essere iscritta solo all’ateneo di Bari). Unica pecca: Cammariere disadattato, sta alla canzone come Flavia Vento alla Critica della ragion pura di Kant. Capellone: 10-
Johnny Dorelly: canzone poco sanremese, ma merita. Accademico ed impeccabile, peccato che Bollani gli rubi la scena e lo prenda a badilate di cogliona. Gloria Guida lo guarda commossa: dagli occhi gli spuntano delle lacrime…ah no, è collagene che cola. Maestria consolidata: 9
Francesco & Roby Facchinetti: al loro posto avrei preferito di gran lunga i Milli Vanilli: almeno cantando in playback non avrebbero stonato. Sul palco, il padre si vergogna del figlio e mette gli auricolari per sentire solo la sua voce (della serie Fottiti idiota). Il figlio avvicina il cranio a quello del padre, che vuole prenderlo a capocciate. Giovedì NON stona, ma al suo posto stona Anggun…o forse era il verso del ghepardo che aveva scuoiato per vestirsi (e lo zoo Safari reclama la parcella). Tappi alle orecchie per noi: 4
Amalia Grè: per molti, ma non per tutti. Mario Biondi fenomeno, da tenerlo sul comodino per la sveglia. Non sono riuscita a vederlo: nella mia mente Mario Biondi è obeso e nero, e così dev’essere. Un consiglio: avvisatela che hanno inventato le pinzette per le sopracciglia. Estetica: 7.5
Mango: risparmia sul cachet e come ospite invita LA MOGLIE. Baudo spara una puttanata dietro l’altra: 1) Ha una moglie bellissima (vestita da madre cristiana del venerdì santo, c’ha pure i baffi e i peli al mento); 2) Scrive delle canzoni bellissime. Lo immaginiamo chiedere alla vicina di casa “Scusi signora mi darebbe un po’ di prezzemoloaaaaaaaaaaa”. Dubbio amletico: ma i figli di Mango sono i frutti della passione??? [Sopprimetemi]: 2, 1 a lui e 1 alla moglie (che canta come lui).
Piero Mazzocchetti: e chi cazz’è? Canta con Amy Stewart, che per l’occasione indossa una giacca tricolore rubata a Renato Zero. Dopo secoli non ha ancora imparato l’italiano, e canta in inglese: spiegatele che è permesso solo a Schumacher. Il suo agente è un mito: finisce di cantare e gli dona il gesto dell’ombrello. Evanescente: 10 per il manager, lui non pervenuto.
Paolo Meneguzzi: la musica è LA STESSA di Non capiva che l’amavo. Nate James la canta di gran lunga meglio di lui. Meglio 100 giorni da Milva che uno da Meneguzzo. Mi auguro solo che Antonio Albanese la usi come nuovo tormentone per Pier Peter. Da orticaria. Sopprimetelo: 0
Milva: sarà che ricorda la cotonatura di Iva Zanicchi ad Ok il prezzo è giusto (con una differenza: lei si tinge i capelli col Tratto Marker arancione), sarà che la canzone è bella, sarà che lei la canta in una maniera ignota (Lucarelli e Piero Angela la stanno studiando, ne sono convinta) torcendo le labbra come un macaco colpito da ragadi anali, ma a me piace. Faletti ci sa fare, azzeccato Ruggiero nel duetto. Candidata alla vittoria. The shouwwwww must go uuuuuuuuuuuuoooooooooooooon…9
Nada: dai tempi di Amore disperato non ne azzecca una. Il suo Deun deun deun deun deun è diventato un esorcismo nei meandri della psicologia, quasi un mantra. Cristina Donà: c’era? Disperata: 5 per lei (10 e lode per il deun deun deun deun)
Paolo Rossi: non convince, neanche con un testo di Rino Gaetano. Neanche vestito da Garibaldino. Unica botta di vita: qualora dovesse perdere, chiederà il riconteggio delle schede. Aridatece Gianna e l’originale: 6-
Antonella Ruggiero: si presenta sotto forma di Matrioska, quella vera sta dentro. Il coro degli alpini rende magica l’atmosfera, ma sonnolenta. Da Valium, ma brava: 7.5
Daniele Silvestri: fenomeno. Testo idiota, il vero erede di Rino Gaetano è lui. Capone e Bungt Bangt non si smentiscono mai. Cito il testo:
Mi sono innamorato di una stronza Ci vuole una pazienza lo però ne son rimasto senza Era molto meglio pure una credenza
Mi ricorda qualcosa…
Eccellente nel complesso, anche se non mangio il pesce. Anche se lui è comunista: 10
Stadio: istigano violenza, e io devo smetterla di fare le battute alla Panariello. Quest’anno c’è Baudo. Vuoti, come gran parte di quelli italiani (gli stadi). Tornelli per loro: Non pervenuti
Tosca: sperimenta la musica teatrale, e la porta a Sanremo. Duetto col cattivo di Distretto di polizia che risolleva le sorti. Se la sua canzone è un omaggio a Gabriella Ferri, io l’anno prossimo farò il direttore artistico al posto di Pippe Baude. 6-
Velvet: non nascondo di esserci rimasta di merda quando ho scoperto (ieri) che il cantante era la fotocopia di Sarcina. Anche loro scialbi, li preferivo in versione Boyband. 5
Zero assoluto: è il voto che si meriterebbero. Nelly Furtado ricambia il “favore” e loro scompaiono totalmente. A pulire i tombini. 10 alla Furtado, a loro 2 (uno a persona), ed un tuturuturututtu.
[Causa pizza e seguente malore, Prodi Bis (e seguente malore, ma in fondo non tutti i mali vengono per nuocere: potrò ancora essere sovversiva e godermi la pièce teatrale), teoria dei colori e Sanremo, stamattina non c'ho voglia di fà na pippa].
Un sabato sera a Polignano, in un buio locale dalle parvenze putignanesi (ai pochi eletti: quello dei panzerottini ghiacciati e delle confessioni di Mazza, giusto per intenderci).
Le solite e consolidate persone, ma anche due ragazze (che per comodità chiameremo D e R) conosciute per alterchi e cronache rosa riguardanti alcuni elementi.
Io compresa.
Ovviamente, atteggiamento di superiorità misto ad indifferenza per lei (che sarebbi io).
Nonostante fosse buio pesto, portavo con me i miei affezionati sunglasses Armani.
Arriva il conto, e si abbandona il posto. La forza del vento riusciva a farci cambiare idea: eravamo a Trieste.
A metà strada, mi accorgo di aver perso gli adorati sunglasses, e cercando di mantenere la calma (e l'opposizione eolica) tornavo indietro...camminando al contrario per guadagnare velocità.
Stranamente, l'imbucata D mi accompagnava a cercarli.
Rientravamo, scoprendo che l'efficiente cameriera aveva sparecchiato, lasciando però gli oggetti smarriti in alcun cassetti delle credenze.
Trovavo decine di occhiali da sole, ma il mio proprio no: data l'occasione ghiotta (me ne vergogno, ma sono certa che chiunque avrebbe fatto lo stesso al mio posto! Ammettetelo!), prendevo "in pegno" un paio di Rayban, un paio di D&G (che non esistono in commercio per quanto erano strani) e un lettore mp3, credendo fosse quello della vicina.
Riempio le tasche del mio loden verde (che comparirà solo in quel momento, dato che nel resto del sogno avevo il mio inseparabile cappottino nero) e raggiungiamo il resto della ciurma.
Durante il tragitto ostico (causa bora), D mi chiede se avessi visto le sue foto su badoo (è una persecuzione), e io le rispondo dicendole che non sapevo di essere ancora tra i suoi contatti di msn, dato che io l'ho bannata da una vita.
E qui, sorpresa delle sorprese, mi sento rispondere che nei suoi confronti io non le avevo fatto nulla nè tantomeno credeva di avermi fatto qualcosa, quindi respect, peace and love (not war).
In quel momento una merda sostituiva la mia persona, e vedevo già Bin Laden giocare a guardie e ladri con Bush (cosa che, con molta probabilità, è già successa qualche decennio fa nei corridoi della casa bianca).
Arrivavamo ad un incrocio, e nessuno ricordava dove fossero parcheggiate le auto: qui, l'immenso genio di Ale knows rendeva partecipi i malcapitati di ricordare che si trattava di "storico", ma di non ricordare "centro".
Stupore per loro.
Io restituivo il lettore mp3 alla mia vicina, ma notavo che lei non l'aveva perso, e che quello da me ritrovato era verde e da 2Gb...pertanto me lo fregavo io.
Compariva dal nulla una delle 3 arpìe universitarie, e ci indicava la strada: ci inerpicavamo su un sentiero il cui suolo era costituito da reti di materassi intrecciate tra loro, e mentre sulla nosra destra ammiravamo le costruzioni di Giovinazzo in un'alba cupa, sulla sinistra sotto un sole cocente risplendeva un mare turchese e un ponte di Brooklyn piccolo ed arrugginito accoglieva un treno a vapore sul quale giravano un episodio del matrimonio di Pollyanna (e, che io sappia, Pollyanna è morta molto prima di arrivare all'impalmazione!). Arrivavamo a destinazione: un altarino sul mare, del Casinò di Campione d'Italia.
Tutti volevano salirci, ma l'arpia, per cause di cedevolezza della struttura (che era sospesa sul mare, quindi pericolante), pretendeva di salirci da sola e forse poi di salvarci.
Ci saliva, ma con una mossa di poco equilibrio finiva in mare inghiottita da un pescecane.
Toccava a me salire...e per colpa di un cellulare caduto, mi sono svegliata.